Nemo me impune lacessit
ovvero l’anno in cui ricomincio a scrivere
C’è stato qualcosa di terribilmente straniante che faccio fatica a descrivere, negli ultimi due anni della mia vita. Come una bolla di fumo in cui respiravo, ma a fatica. Ho continuato a fare una vita più o meno normale: vedevo i miei amici, i miei genitori, mi allenavo, leggevo ma tutto era come ovattato, sordo. Tutto era faticoso. Ancora lo è a volte. La mia vita non è stata mia per due anni. Ho perso il senso delle cose, il piacere e la voglia di fare, ho perso perfino la voglia di muovermi.
E se aspettate un ma in questa storia, mi dispiace dirlo: non c’è. O se c’è, ancora non l’ho scoperto. Un lieto fine non c’è, anzi, pare la genesi di un cattivo dei film. La cosa positiva è che mi sembra di essere arrivata alla fine di questo tunnel e di poter finalmente ricominciare a vivere una vita degna di essere vissuta.
Se non si fosse ancora capito ho attraversato un lunghissimo periodo di burnout. Credo che il burnout sia una cosa molto seria. Pare che quando il tuo corpo è sempre sotto stress produce una gran quantità di cortisolo e che se a una certa non smetti di produrlo te ne vai giù nel baratro, come se ti intossicassi. Ti deprimi e un po’ smetti di funzionare; vai in protezione e smetti di provare sentimenti positivi o intensi. Senti solo una profondissima disperazione e da quello che ho potuto sperimentare in questi due anni il totale annichilimento della volontà. Volontà che non conta già nulla per gli altri, sia chiaro non mi aspettavo che fosse diversamente, e che poi ad un certo punto non ha contato più nulla neanche per me, tanto da farmi schiacciare da chiunque avesse un minimo di forza per farlo. Un’altra cosa che sperimenti, o almeno l’ho sperimentata io, è la perdita totale di senso. Niente ha più significato. Si va avanti col pilota automatico si eseguono comandi senza capire il perché lo si sta facendo.
Chi sono stata in questa fumosa finestra temporale? Cosa volevo? Dove stavo andando? Aveva un senso quello che stavo facendo? Stavo determinando io il percorso della mia esistenza? Per evitare un excursus di duecento pagine, risponderò solo alle ultime due domande. NO. Ma perchè?
Due anni fa la mia vita ha subito un cambiamento improvviso e sostanziale da alcuni punti di vista. Dopo una lunga attesa ho chiuso una fase che aveva occupato uno spazio enorme nella mia quotidianità e nella mia identità.
Fiera di aver fatto un salto e di potermi finalmente tuffare in nuove avventure, ho fatto male i conti e coltivato la candida gratitudine di una giovane donna, convinta di avere tutto da dimostrare e di essere strutturata a sufficienza per non farsi fagocitare da qualsiasi insidia la vita le avrebbe posto davanti. Grosso errore.
Quel che più mi ha distrutto è stato il dubbio. Questa pratica suicida di domandarsi sempre “ma dove sto sbagliando?” senza mai accettare nemmeno lontanamente che a sbagliare a volte possano essere anche gli altri. Questa convinzione che il mondo abbia molto da insegnarmi e io tutto da imparare. Sicuramente il mondo ha molto da insegnarmi…ma non proprio tutto tutto il mondo. Accettare consigli e prescrizioni da chiunque me ne dispensasse anche con poca buona fede, ha falsato la percezione che avevo di me stessa. La fiducia nel prossimo, il fatto di partire sempre dal presupposto che tutti siano stimabili e che dietro le loro cattiverie, la loro noncuranza, la loro totale assenza di empatia ci sia un motivo che io non comprendo, mi ha portato ad accettare di buon grado atteggiamenti orribili, infantili e che sulla carta tenderei a disprezzare.
È stata la mia totale mancanza di esperienza di un mondo vero a pormi nelle condizioni di soccombere di fronte a ciò che avrei potuto e dovuto combattere con rabbia e con forza sulla base delle mie convinzioni morali.
Ho compreso a quasi quarant’anni che non sapevo ancora intravedere la malizia, la manipolazione, la pochezza, pur essendo convinta che le mie esperienza di vita me lo avessero insegnato. Colpevolizzandomi per la mia incapacità di gestire relazioni disfunzionali ho compreso molto tardi che l’autostima che pensavo di avere non era ancora tanto solida e che essere attorniati da persone che ti dicono continuamente che non vai bene, che non funzioni, che sei sbagliata, ti porta con moltissime probabilità a credere che davvero tu non vada bene. Ho commesso l’errore di scambiare arroganza, saccenza e prepotenza con saggezza e competenza, a volte perfino con benevolenza. Come ho fatto? Perché mi sono fidata. Perché ho dubitato e anche laddove le convinzioni e le prescrizioni morali di chi avevo davanti stridevano e cozzavano irrimediabilmente con le mie, ho chiuso i miei imperativi categorici in una scatola pensando: “se questa persona dice così avrà i suoi motivi”, invece di difendere con coraggio e orgoglio le mie posizioni.
Ho sempre pensato che siamo tutti fondamentalmente buoni, che non ci scegliamo la vita che viviamo, ma che ci è solo capitata e che chi si comporta male lo fa perché in fondo qualcosa lo ha spinto ad agire così, che sia qualcosa di profondo o che sia soltanto la concatenazione di una serie di micro eventi casuali e impossibili da sottoporre ad analisi. E in effetti credo ancora che sia così. Ma c’è una cosa che ho compreso solo dopo. Se è vero che il libero arbitrio non esiste, al tempo stesso per proteggerci dobbiamo vivere come se esistesse; che è vero che quasi nessuno è davvero malvagio ma che non è questo che deve interessarmi. Quello che mi riguarda sono solo gli effetti delle azioni altrui su di me, e se quegli effetti sono devastanti io ho la necessità di credere che quella persona sia cattiva o perlomeno che deve stare lontana da me. Ho la necessità di porre un confine all’atto di coltivare il dubbio e quel confine si pone dove inizia il mio malessere. Chi se ne importa se pinco pallino ha avuto un’infanzia difficile. Mi spiace molto, questo è certo, e proverò un certo grado di empatia per lui o lei. Ma se la sua infanzia difficile un giorno diventa la mia depressione, devo smettere di interessarmene. Di persone empatiche, giuste, dubbiose, leali, ne ho conosciute moltissime ed è di quelle che mi circondo volontariamente ogni giorno. Di tutte le altre non mi importa più. Ho imparato a disprezzare. Una mia amica cara una volta mi ha detto che ci sono delle persone che io in fondo disprezzo profondamente, che le ho sempre disprezzate ma sono così abituata a pensar male prima di me stessa e poi degli altri che per me è stato più semplice pensare che fossi io il problema, piuttosto che accettare che disprezzassi qualcuno. Piuttosto che difendere i miei imperativi categorici, piuttosto che battermi per quello in cui credo. Perché io sono buona. Io non disprezzo. Cazzate. La bontà a volte è una questione di vigliaccheria e di narcisismo, di far sì che gli altri ci accettino, ci apprezzino, ci stimino. Oggi, dopo due anni di disillusione, dopo aver attraversato due tappe importantissime della mia esistenza di adulta, forse tardi, ma insomma, meglio tardi che mai, decido di mettere da parte questo inutile narcisismo, questa bontà che non si sa manco bene che cos’è, e disprezzare un po’ di più. Essere narcisista in un altro modo, a costo di essere antipatica, snob, altezzosa. Essere diffidente. Coltivare il dubbio per me stessa e basta, coltivarlo per le persone che amo. Continuare a farmi domande ma tener lontane le bestie. Insomma visto che da poco sono stata in Scozia spero presto di far mio questo motto regale e pieno di orgoglio: Nemo me impune lacessit.
È da questo punto che posso ricominciare a vivere. E vivere per me include, o forse addirittura coincide con la possibilità di fare ciò che più amo: scrivere. Scrivere bene, più probabilmente scrivere male. Non mi importa. Basta che il mio corpo funzioni, che il mio cervello funzioni. Se funzionano, io scrivo.





