Solo un VAFFANCULO! ci salverà
Cosa mi ha insegnato “Speak no Evil” sulle dinamiche di abuso
Vi è mai capitato di trovarvi in una situazione spiacevole a causa delle inibizioni sociali? Ad esempio che ad una cena a casa di amici, qualcuno che non conoscete bene, che ne so un certo Egidio mettiamo, dica apertamente una cosa che considerate spiacevole o stupida o maleducata o una cosa su cui avete un’opinione diametralmente opposta e voi non riuscite a rispondere a tono, ad entrare in conflitto, magari per non rovinare il clima conviviale. Oppure che un amico o un’amica si comporti inequivocabilmente male nei vostri confronti e non diciate nulla? Stavolta perché non credete che il vostro amico vi abbia ferito intenzionalmente; perché vi spiazzerebbe troppo sapere che una persona di cui vi fidate o a cui volete bene possa avervi fatto del male di proposito o consapevolmente. Oppure ancora che un collega o una collega vi scavalchi, vi pugnali alle spalle, faccia una cosa moralmente deprecabile per raggiungere un obiettivo a vostro discapito, ma voi non diciate nulla, perché stride sempre un po’ il pensiero che una persona che conoscete da vicino e con cui andate pure spesso a prendere il caffè o a pranzo, che magari è simpatica e piacevole e generalmente dice cose ok e sembra una persona ok, possa farvi una cosa cattiva.
A me è successo un sacco di volte. Si potrebbe dire che è la mia maledizione. Non dire, non entrare in conflitto, non fare l’isterica anche quando qualcuno varca dei confini che considero invalicabili per la mia incolumità mentale.
Tempo fa una mia cara amica mi ha consigliato di guardare un film intitolato “Speak no Evil”. Nel film, durante una vacanza in Toscana, una famiglia danese incontra una famiglia olandese. Sì detta così pare una barzelletta ma vi assicuro che non lo è. Le due famiglie fanno amicizia e gli olandesi – padre madre e un figlio apparentemente problematico – invitano i danesi – padre, madre e figlia – a passare un weekend a casa loro. I danesi accettano. È un film horror quindi tutto ciò che inizialmente sembra normale, si trasforma in un’escalation di situazioni sempre più strane e grottesche, fino all’apoteosi tragica tipica del genere.
Se vi viene voglia di vederlo dopo aver letto questa riflessione, è importante che vediate il film originale del regista danese Christian Tafdrup e non il suo remake americano del 2024, innanzitutto perché il primo è decisamente più bello, secondo perché le sensazioni che sto per descrivervi potrete sperimentarle e comprenderle appieno solo guardando la pellicola di Tafdrup.
Ho visto “Speak no Evil” più di un anno fa e al tempo mi sconvolse perché rimango sempre particolarmente toccata dalle storie in cui la famiglia viene violata, spezzata, distrutta. Sia perché sono molto legata alla mia famiglia d’origine (quella formata da me, mia madre e mio padre per intenderci), sia perché spesso nelle opere di fiction, le famiglie attaccate e violate, sono la rappresentazione cinematografica della vulnerabilità. La prima cosa che mi disse l’amica che me l’aveva consigliato quando ne parlammo, riguardava un punto totalmente diverso che però è diventato il centro di questo pezzo: “ti fa rendere conto di come spesso le convenzioni sociali ti impediscano di reagire di fronte ad un abuso”. Quando me lo disse non mi fece particolare effetto anche se comunque ci riflettei. Pensai che l’aveva interpretato forse troppo alla larga ed ero ancora concentrata sul dolore immediato che il film mi aveva procurato, ma la verità è che oggi credo che quella frase rappresenti il punto focale del film, o perlomeno che ne sia l’intepretazione più affascinante.
In “Speak no evil” la famiglia danese ospite, si trova diverse volte in situazioni di estremo imbarazzo causate dalla famiglia olandese, quella ospitante. C’è ad esempio una scena in cui Patrick, il padrone di casa, induce con inopportune insistenze la sua ospite vegetariana Louise, a mangiare un pezzo di carne. Louise si sente in estrema difficoltà. Vorrebbe rifiutare, è terribilmente a disagio ma non riesce a dire di no: Patrick è insistente è vero, ma d’altro canto la sta ospitando in casa sua, è un uomo per bene che ha cucinato per lei e la sua famiglia e anche se sta violando un confine morale per lei invalicabile, a Louise sembra scortese rifiutare il cibo che le sta offrendo. Man mano che il film va avanti i comportamenti anomali aumentano, il disagio si intensifica, i danesi vorrebbero andar via, ma non lo fanno, perché il vincolo sociale dell’ospitalità li costringe a restare per cortesia, per buona educazione. Di fronte hanno degli individui che scopriremo essere estremamente manipolatori e che proprio su questo vincolo sociale faranno leva per raggiungere il proprio obiettivo.
E qui torniamo all’inizio dell’articolo: quante volte le convenzioni sociali ci impediscono di reagire a situazioni di disagio? quante volte l’incredulità di fronte ad un comportamento maleducato o immorale ci fa restare immobili? E se una semplice battuta inopportuna col tempo si trasformasse in un abuso?
Ho iniziato a scrivere questo pezzo perché sono abbastanza convinta di essere appena uscita da una dinamica di abuso durata per anni. Una banale frase inopportuna (ricordo anche esattamente quale) si è trasformata in un’azione concreta, che a sua volta, da semplice azione inopportuna, è diventata un insieme di azioni inopportune e incalzanti; poi ancora, un insieme di frasi e azioni manipolatorie, fino ad assumere in tutto e per tutto la forma di un abuso che ha avuto conseguenze devastanti sul mio stato mentale e perfino su alcune fondamentali scelte di vita. Uscita dallo stato di disperazione in cui ti getta il burnout, ho realizzato che la persona responsabile di tutto questo, ha potuto agire indisturbata per un motivo fondamentale: per molto tempo ho pensato fosse solo vigliaccheria, o la mia incapacità di reagire in modo incisivo alle avversità della vita. Oggi mi rendo conto che si trattava di educazione. Non solo ovviamente: saranno da considerare anche delle mie caratteristiche personali su cui ritengo opportuno lavorare con l’aiuto di una specialista. Ma alla fine di questa esperienza sono giunta a pensare che la manipolazione e l’abuso trovino un terreno fertilissimo nell’educazione e nelle convenzioni sociali.
Perché non ho reagito alla prima frase inopportuna o alla seconda? Perché non mi sono ribellata all’azione o all’insieme di azioni abusanti? Sono arrivata alla conclusione che fosse perché non ritenevo possibile che una persona che consideravo buona, potesse fare delle cose cattive. Se dunque le faceva era perché aveva ragione di farle nell’ottica nobile di guidarmi in un percorso (chiamiamolo così). A peggiorare le cose c’è il fatto che l’abuso è avvenuto in una situazione “sociale”. Non era un semplice rapporto a due, ma un rapporto a due inserito in un tessuto più ampio e all’interno di quel tessuto, malgrado tutti fossero a conoscenza della situazione, almeno a grandi linee, nessuno l’ha individuata come abuso; né è stato in grado di arginare l’attitudine incontinente e manipolatoria della persona abusante. E questo sempre per convenzione sociale. Se tutti sanno che un individuo agisce spesso in modo problematico, ma in pubblico quell’individuo parla di sé in modo performativo, portando alla luce le sue criticità, affermando di esserne consapevole e di volerci lavorare, nessuno si azzarderà a contrariarlo. È difficile, troppo difficile, perché si rischia di passare dalla parte dei cattivi. E così l’abuso trova altro terreno fertile per continuare operare indisturbato.
Quando ho cominciato questo articolo la mia intenzione non era di arrivare a quest’ultima parte. Ero partita col proposito di affrontare il tema della manipolazione da un punto di vista individuale, ma descrivendo la mia personale esperienza, è venuto fuori che il rapporto a due era inserito in una cornice sociale più grande. Non posso dunque fare a meno di pensare a come il senso del Non dire, non entrare in conflitto, non fare l’isterica, possa spostare il campo di riflessione dall’individuale al sociale. Così come non reagiamo ad una frase maleducata, può capitarci di non reagire ad una frase razzista o sessista, abilista o omofoba, sempre per le stesse convenzioni sociali di cui sopra, sempre per educazione, per non disturbare, per non rovinare il clima o perché pensiamo sia una cosa detta così sul momento da Egidio, l’ultimo dei coglioni, senza intenzione effettivamente maligna. Ma forse sarà proprio la semplicità di quella frase a distruggerci: sarà la banalità del male. La frase di Egidio che non si sente contrastato, domani diventano due frasi e poi tre e poi diventa un’azione, poi un insieme di azioni manipolatorie, abusanti, malvagie. Ed essendo poco esperta e poco avvezza alle questioni politiche, sento di dovermi fermare qui e chiudere con una riflessione banale ma appropriata per una coatta della middle class. È importante dissentire; è importante, a volte, liberarsi delle convenzioni sociali, smettere di essere per forza fair, per forza costruttivi, cercare il dialogo in nome di un bene superiore. È importante smettere di tentare di piacere a tutti e iniziare ad essere maleducati con chi minaccia l’incolumità nostra o della società in cui viviamo. Forse solo essere sempre reattivi ci proteggerà. Forse solo un ”VAFFANCULO EGIDIO CHE CAZZO DICI” potrà salvarci.





